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Diario di Annibale       Bitia 218 A.C.

Io sono Annibale comandante dell'armata cartaginese, figlio di Amilcare,
90000 uomini, 37 bestie di cui uno diverso sono di me la forza.
Lungo è stato il mio cammino, ho oltrepassato la catena delle Alpi, ho combattuto sulle rive del Ticino e poi lungo quelle del fiume Trebbia, con manovra avvolgente ho ucciso 15000 di Roma e conquistato la Gallia Cisalpina.
Di nuova battaglia sul Trasimeno tra il lago e la collina ho dato esempio di astuzia, poi l'inverno ha lasciato le mie vittorie al tempo.
Tra colti greci nel meridione, ho trovato i meno affidabili per Roma. Voglio con questi ricordare di un bigio giorno quando su un passo di un monte vidi tornar mandata in volo a perlustrar terre lontane, la bestia mia più cara ferita da una lancia.
Ultima di una specie, armata di artigli e fuoco nelle membra.
Distesa avanti a me, non un lamento, non un bisogno di batter d'ali, colei che solo dallo sguardo poteva disper eserciti, mitica creatura, amorevole gesto divino, diede in quei luoghi i suoi ultimi respiri.
Ma prima che la luce fu privata dai suoi occhi la vidi tramutarsi in bianca roccia. Forse sconosciute forze non vollero darle un tempo.
La lasciai dove aveva scelto.
Ripresi il mio cammino e da quel passo, con una trappola da mirabile disegno nei pressi di Canne, 40000 dei romani trovarono la morte.
Poi un uomo detto Scipione volle dar saccheggio alla amata mia Cartagine e con questo, decisi di non invadere più l'odiata Roma ma di tornar per dar esempio a quel console che africano si diede da chiamare.
Lo scontro avvenne a Zama, fu la fine, mi accerchiarono e diedero una conclusione.
Sconfitto, oggi in Bitinia, verrò consegnato, ma prima mi presterò a bere da un calice che di veleno è colmo.
Il mio gesto non da sciocco ma da mite uomo, lascio questa prigioniera terra sicuro di diventar forse anche io nel tempo come quella bestia, roccia eterna.

 

 "Pietra con volto

di drago nei pressi

del passo di Annibale"