La Leggenda Del Dragone

MYSTIC ( mistico ) racchiude un insieme di eventi, racconti, che hanno fatto parte della nostra storia: uomini e immagini che col passare del tempo, di bocca in bocca, sono diventati leggenda. In ogni luogo, in ogni dove, il mistero legato al mistico echeggia, palpabile come la paura e il fascino che ognuno di noi avverte, quando intorno ad un fuoco con la tenue luce della notte e il lamento del vento si accompagnano le parole, che trasportate dai ricordi dei nostri ricordi prendono forma. Tutto ebbe inizio nella notte dei tempi: quando la terra era abitata da creature fantastiche, da esseri immondi, da DRAGHI e giganti, da demoni e fate, quando il sogno la realtà si confondevano in un solo presente e il mistero regnava sovrano, un uomo diede vita alla leggenda.

Narrerò la storia di un cavaliere, un solitario, la spada la sua compagna, la giustizia la sua fede; girava il mondo alla ricerca di sè stesso, dell' unica cosa che a parer suo desse una giusta dimensione all'esistenza, in un mondo che come allora non aveva nè legge, nè giustizia, nè pace. Compagno di viaggio e di mille avventure era il suo destriero, un purosangue dal manto candido come una vergine donzella ai piedi di un altare. E fu così che, grazie al suo animo nobile, si trovò nella nostra terra: Volturara Irpina.

Si racconta che, a quei tempi, nascosto nel grembo del monte Costa, la reincarnazione del male, avesse assunto la forma di un DRAGO. I pochi superstiti, che ebbero la fortuna di scampare alla furia del mostro, raccontavano di un enorme drago con tre teste e un solo occhio. Molti uomini di coraggio ebbero la presunzione di affrontarlo, ma di loro non si seppe più nulla.

Correva l'anno del Signore 764, quando i primi massacri divennero cosa ricorrente, quando intere famiglie, interi paesi venivano saccheggiati e dati alle fiamme e quando la vita si riduceva alla sola sopravvivenza; animali con sembianze di esseri umani invasero l'Italia. Tutto accadde nel momento in cui il sole, stanco, cedeva il passo alle stelle e le membra intorbidite soccombevano al sonno, un boato squarciava il silenzio, migliaia di luci in movimento all'orizzonte, i demoni dalle lunghe corna mietevano un'altra vittima. Fra le ultime file di quell' enorme esercito, nascosto da sguardi indiscreti, un sagoma alta più di dieci uomini, veniva trasportata a fatica. Nell'aria attorno ad essa si levava uno stomachevole fetore di zolfo. Improvvisi lampi illuminavano tutto attorno,niente e nessuno osava avvicinarla pur sapendola incatenata. Solo un vecchio, chino sui suoi anni e sulla sua condanna, che da giovane aveva perso la vista in battaglia, armato di un lungo bastone "ornato" da resti di uomini e di animali, non la temeva; forse stanco di quella vita inutile, cercava solo un modo per raggiungere la valle dei dannati. Celato dietro quel mistero vi era l'unica arma che avrebbe difeso l'enorme tesoro accumulato da tanti spargimenti di sangue.

I Visigoti, i peggiori fra i barbari, avevano catturato e trasportato dalle grandi caverne del nord il DRAGO. Attraversarono tante terre, e tante altre ne distrussero alla ricerca di un buon nascondiglio ove depositare tanta ricchezza. C'è chi parlava di gemme preziose, di corone, di ori e di argenti, di brillanti e rubini, smeraldi e diamanti, perle... un valore che oggi può definirsi inestimabile, finchè non giunsero nella nostra valle. Imprigionarono l'animale, imbragandolo con catene, in una grotta tetra e angusta. Molti paesani erano convinti che quel luogo fosse la porta che divideva il nostro mondo da quello di lucifero e quella che fino ad allora era stata solo una credenza popolare, ben presto si trasformò in cruda realtà. I più fortunati, di coloro che popolavano quelle terre, divennero schiavi, mentre la massa avrebbe saziato l'appetito di quella creatura. Brandelli di carne umana e di ossa cospargevano l'interno della grotta , non rimase altro dei nostri padri e dei loro figli . Il drago ogni giorno divorava due uomini e due animali di grossa taglia. Il tempo trascorreva inesorabile e il destino che la sorte aveva riservato, non dava la forza e il coraggio per ribellarsi ad una fine cosi cruenta. L'orrore calava sul paese come l'alito del drago che avvolgeva tutto in una nebbia fitta e tenebrosa. Non vi era via di scampo prima o poi tutti sarebbero morti.

Era una mattina come tante altre, quando nei primi giorni di maggio una figura sconosciuta fece la sua comparsa. Un uomo dall'aspetto fiero e nobile, alto più di due metri dai capelli color oro, cavalcava quella terra oramai maledetta. L'enorme mantello, che lo avvolgeva, nascondeva una corazza; al suo fianco la spada era depositata in segno di pace. Lo scudo, posto a sua difesa,mostrava le proprie effigia : tre colli, una quercia e un corvo. Il passo del destriero era lento e pesante a dimostrar un enorme fatica, chissà da quale terra giungeva........ Si fermò nei pressi di una fonte a ritemprar le membra. Fu allora, che chinatosi per saziare la sete, vide una fanciulla nascosta nel suo scialle intenta a dar sfogo alla propria tristezza. La fissò per alcuni secondi, strappò un pezzo del suo mantello e glielo porse, la fanciulla sobbalzò, negli occhi impressa la paura, ebbe l'istinto di fuggire ma, le gambe barcollanti si irrigidirono.Non riuscì ad indietreggiare nemmeno di un passo; il cavaliere allungò la mano nella quale stringeva quel pezzo di stoffa e le asciugò le lacrime. Non capiva: uno straniero le aveva dimostrato gentilezza. Come poteva uno sconosciuto aver avuto carità d'animo per lei, che nella sua giovane vita aveva conosciuto solo orrore e morte, per mano di uomini venuti da lontano? Chi era costui? Non ebbe nessuna risposta a quella domanda, ma si gettò fra le sue braccia così forti e vigorose e forse per la prima volta si sentì al sicuro. Passarono insieme le poche ore che portavano al tramonto. Gli parlò delle sciagure della sua gente, delle vittime inermi designate al sacrificio, che venivano attratte, come la falena dinanzi ai fiochi bagliori delle lanterne accese, nel crepuscolo che li avrebbe condotti al drago. Il mattino seguente il cavaliere si presentò nei pressi della caverna impugnando una fune, che fissò ad un albero fra i più robusti,la cinse a sè e si addentrò. Le tenebre più cupe dimoravano nel suo grembo, i suoi occhi scrutavano il nulla e nel nulla si perdevano. Il cavaliere, simile più a un colosso di pietra che a un uomo, stava con l'espressione concentrata, ma triste. I suoi occhi azzurri si volgevano stupiti ora verso l'uscita, ora dinanzi a sè, da dove si aspettava l'apparizione del suo carnefice: quand'ecco d'improvviso un enorme occhio si aprì. Non vedeva, non udiva nulla, aveva persino perduto la forza di pensare, e le sue labbra ripetevano come in delirio: Mio DIO !CREDO! IO CREDO!, quello sguardo entrò nella sua testa distrusse la sua volontà impedendo ogni sorta d'opposizione, una forza a lui sconosciuta lo spingeva ad una tragica fine. Quando tutto oramai sembrava perduto il suo cammino d'improvviso si arrestò. La fune si era tesa e il suo avanzare era stato bruscamente interrotto. L'ira del drago prese il sopravvento, le sue bocche iniziarono a sputare lingue di fuoco, mentre il suo ruggito rimbombava fra quelle mura facendo tremare lì intera montagna. In tutto questo il suo sguardo aveva lasciato la preda che ridestatasi scappò via. Cos'era successo? L’occhio, quell’ enorme occhio, non ricordava null’ altro. La luna si affacciava nel cielo e assorto nei propri pensieri egli fissava quel rosso intenso trasportato dall’ orizzonte. Era pronto, tutto appariva chiaro, si ripresentò nei pressi della caverna, spense lo sguardo riportando alla mente i ricordi più cari, portò la spada al petto, poi la baciò. Con passo fiero e spavaldo e con gli occhi ancora chiusi, partì diritto verso il suo nemico.

Il drago in quel momento era assorto a sbranare la carcassa di una grossa mucca e non si accorse del cavaliere che gli era talmente vicino da avvertire il suo respiro. L'eroe balzò incontro alla belva inferocita, la quale d’improvviso rizzò in piedi, le gambe erano enormi come colonne, sul suo corpo squamoso si ergevano le tre teste, solo una di esse possedeva la vista. D’istinto l’uomo lanciò verso la creatura la spada che la evitò chinandosi in avanti. In quel momento propizio lo afferrò per le corna, i suoi piedi affondarono nella sabbia fino alle caviglie, il dorso era curvo come un arco teso, la testa quasi nascosta fra le spalle, i muscoli delle braccia contratti come se la pelle stesse per scoppiare. Ma il drago, era inchiodato. L’uomo e la belva erano immobili, ma l’apparente immobilità rivelava la dura immane lotta di due forze nemiche. D'un tratto con un fulmineo colpo di coda, il drago riuscì a sfuggire a quella presa mortale mettendo a terra il cavaliere. L’ armatura a difesa del suo corpo, lo aveva immobilizzato tanto era divenuta pesante a causa di quello sforzo sovrumano, il respiro era affannoso, si sentì soffocare. L’ animale con uno scatto felino afferrò con le tre teste le gambe, lo stomaco e il dorso del cavaliere, sollevandolo da terra. Le tre bocche, come tenaglie, stritolavano l’esile corazza, e i denti più simili a pugnali cercavano di trapassarla da parte a parte. Non vi era scampo, un tragico destino stava per compiersi. Solo un braccio sfuggì a quella presa mortale,il cavaliere strinse la mano a pugno, e con la forza della disperazione cominciò a colpire la testa con un solo occhio, una volta, due, tre e poi ancora, sembrava impazzito: colpiva, colpiva, senza un attimo di tregua, sotto quei colpi incessanti la creatura mollò la presa, l'uomo cadde a terra e ruzzolò per un paio di metri andando a sbattere contro la parete di rocce là dove si trovava la sua spada, il suo volto e le tempia erano di colore violaceo, le gambe non riuscivano più a tenere il corpo, quando provò ad alzarsi. Il drago capì allora che dinanzi a sè accasciato su se stesso si trovava solo un boccone da sbranare. Con tutto il suo impeto si lanciò sulla preda, fù allora che con un rapido movimento, Il cavaliere tirò indietro la lunga spada appoggiando l'impugnatura nel punto che faceva da angolo fra la parete e la sabbia su cui sedeva, la lama si conficcò nell'occhio della creatura, le attraversò la testa, poi il petto fino a raggiungere il cuore. L'enorme animale si accasciò al suolo. Era morto. La sua carcassa si dileguò e la terra la risucchiò a se. Tutto era finito, lasciò cadere la spada e il corpo oramai stremato, non ebbe nemmeno il tempo di riprender fiato che la sua attenzione fu rapita da degli enormi bauli posti l'uno su l'altro. Con le ultime forze rimaste li aprì, e con sua enorme sorpresa, si trovò fra le mani gioielli, monete e quant'altro di un tesoro potesse far parte. Di tutte quelle ricchezze ne fece dono agli abitanti del posto, lasciò solo un piccolo forziere nella grotta, per onorare la memoria di quel nemico strappato alla sua terra e posto a difesa dell' ingordigia umana. Di quel eroe, temerario cavaliere, non si seppe più nulla: com'era apparso così andò via, in silenzio, nella notte. Di lui non rimase altro che la sua leggenda impressa nel suo nome: GESIO . La conoscenza insegna che in ogni storia, in ogni favola o leggenda che sia c'è sempre un fondo di verità, quell'anello debole che collega la più fervida fantasia alla più fantastica delle realtà. Ancor oggi nel luogo dove si dice venne ucciso il drago vi sono le voragini create dalle tre teste alle quali avvicinandosi si può udire lo scorrere impetuoso del suo sangue, e nella caverna sottostante ad esse rimbomba il suo atroce ruggito: l'eco della "BOCCA del DRAGONE".